Leggere Lolita a Teheran: la letteratura come strumento di liberazione

Da oggi, 21 novembre, è al cinema il nuovo film di Eran Riklis, presentato in anteprima mondiale alla 19° edizione del Festival del Cinema di Roma.

Film tratto dall’omonimo romanzo di Azar Nafisi, Reading Lolita in Tehran: A Memoir in Books (Leggere Lolita a Teheran), bestseller internazionale, pubblicato nel 2003. Romanzo che ritrae lucidamente le condizioni delle donne iraniane, negli anni successivi alla rivoluzione di Khomeini. Il regista ha provato a compiere un’impresa non facile: raccontare la vita e l’intimità di donne private della loro voce e costrette a vivere in un contesto oppressivo: sarà riuscito nella sua impresa e avrà reso omaggio al brillante romanzo biografico di Azar Nafisi?

Sin dal titolo, Leggere Lolita a Teheran, si evince il ruolo centrale della letteratura: strumento di liberazione, di rivoluzione ma, allo stesso tempo, come si vedrà, maledizione.

Il film è ambientato in Iran, dove le strade e i campus della città, sono teatro di violenze e di abusi. La professoressa Azar Nafisi ritorna dagli Stati Uniti per insegnare la letteratura dell’occidente a studenti e studentesse sempre più soggetti all’indottrinamento islamico. Tale impresa è ostacolata sin dall’inizio del film: al suo arrivo in aeroporto, l’uomo della sicurezza, alla vista di romanzi stranieri nel bagaglio, guarda la professoressa con diffidenza e sospetto. Quello sguardo diffidente lo vediamo anche negli stessi studenti, maschi, durante le lezioni tenute dalla professoressa all’università di Teheran.

Il tentativo di Azar di incrinare il muro di credenze costruito dalla dottrina islamica è ostacolato dalle condizioni politiche e sociali vigenti, costringendola a lasciare l’insegnamento all’università. Tuttavia, non volendo arrendersi, decide di riunire segretamente sette sue studentesse, nella sua casa, per leggere classici occidentali. Questi incontri si rivelano momenti di liberazione ed espressione della propria identità, della propria femminilità. Al sicuro dall’esterno, le giovani donne possono liberarsi del velo, liberarsi dai silenzi loro imposti e parlare di argomenti “proibiti”, come il sesso, l’intimità, e la ricerca di un posto in una società oppressiva, che vieta alla donna di poter esistere e scegliere della propria vita.

Come spesso accade nei film a tematica femminista, si poteva rischiare di condannare tutto il genere maschile, colpevolizzare senza distinzioni. Fortunatamente non è stato così: nel film sono presenti personaggi maschili come il marito della professoressa, Bijan: un musulmano di mente aperta, probabilmente per il tempo vissuto all’estero; o il custode della scuola che si rivela meno integralista rispetto ai suoi superiori. Tentativo di ricordare che le leggi fatte dagli uomini, per gli uomini, non sono messe in discussione solo dalle donne.

La letteratura fa questo: insinua il Dubbio. La messa in discussione di verità ritenute assolute permette di allontanare l’ignoranza. Le certezze, le religioni sono rassicuranti, confortanti, ma superficiali. Il dubbio rende liberi in quanto esprime la necessità del pensiero. Hannah Arendt parla proprio di questo: ne La banalità del male definisce il male banale, e spiega che il male non è qualcosa di radicale, ma soltanto qualcosa di estremo. Radicale è qualcosa che attinge alle profondità, alle radici e mette in discussione lo schema vigente. La violenza è superficiale, è nemica del pensiero, perché attraverso il pensiero si cerca di arrivare alle radici, alla profondità. Se il male è qualcosa di superficiale cosa c’è nella profondità del male? Il nulla. È qui la sua banalità.

Durante il film vediamo la “banalità del male”: la letteratura è salvezza e in parte maledizione.  La presa di coscienza porta inevitabilmente alla sofferenza, non è rassicurante, è scomoda. Consapevolezza dolorosa di dover vivere in un contesto politico e sociale oppressivo, che costringe ad obbedire senza porsi domande, ed essere asserviti a una normalità intollerabile in cui le donne sono sottomesse al volere dell’uomo. Nel film, le studentesse di Azar Nafisi comprenderanno la loro condizione, inizieranno a porsi delle domande, fino ad arrivare alla scelta più dolorosa: assecondare il desiderio di fuga per poter costruire un futuro migliore, o rimanere e lottare, rischiando la vita?

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