Inverno Siriano

di Marco Venturato

Con la caduta del regime di Bashar al-Assad, la nuova situazione politica siriana potrebbe rappresentare un vantaggio per alcuni attori, ma un danno per altri.
Probabilmente, pochi si aspettavano ciò che sarebbe successo a Damasco.

Solo due settimane fa, i ribelli di Hayat Tahrir al-Sham (Hts), oppositori del regime di Assad, hanno ottenuto in Siria successi senza precedenti dall’inizio della guerra civile nel 2011.
Il 27 novembre, l’Hts ha lanciato un’offensiva a sorpresa da Idlib, avanzando rapidamente verso Aleppo. In appena due giorni, i militanti sono entrati nella seconda città più grande del Paese.
Pochi giorni dopo, giovedì scorso, l’Hts ha preso il controllo di Homs, un importante centro industriale e un simbolo della rivolta siriana. Dopo appena altre 48 ore, i ribelli hanno raggiunto la periferia di Damasco, ingaggiando violenti scontri con le forze fedeli al governo.
In meno di un giorno, la capitale è caduta nelle mani dell’Hts, decretando la fine del regime di Bashar al-Assad.

La rapida caduta della dinastia al-Assad

L’improvviso rovesciamento della famiglia al-Assad, che ha governato la Siria per 53 anni, è stato sorprendentemente rapido, cogliendo di sorpresa sia i siriani che gli osservatori internazionali.
La Siria era sotto il controllo della dinastia al-Assad dal 1971, quando Hafez al-Assad prese il potere, governando fino alla sua morte nel 2000.
Bashar al-Assad, nonostante 13 anni di lotte interne, è rimasto al comando, ma ha ceduto improvvisamente. Cosa ha portato a questo esito? Come è successo? E soprattutto, chi trarrà beneficio o subirà danni dalla nuova realtà politica della Siria?

Il ruolo degli Stati Uniti e della Turchia nella guerra civile siriana

La guerra civile siriana è stata una rappresentazione concentrata di un conflitto globale, in un’area relativamente piccola, paragonabile alla metà della Germania.
Il Paese è stato devastato dalla guerra e trasformato in un campo di battaglia tra due blocchi rivali: l’Occidente, guidato dagli Stati Uniti, e l’Oriente, guidato da Russia e Iran. Nel 2011, all’inizio del conflitto, le tensioni internazionali hanno ricordato l’epoca della Guerra Fredda.

Nel 2014, il presidente statunitense Barack Obama e il premier turco Recep Tayyip Erdoğan (ancora oggi presidente) avevano siglato un accordo per addestrare ed equipaggiare l’opposizione siriana moderata contro il regime di Assad e i gruppi estremisti dello Stato Islamico.
Tuttavia, nonostante uno stanziamento di 500 milioni di dollari, i risultati sono stati deludenti, portando Washington a ritirarsi dal programma. Questa decisione ha causato tensioni con la Turchia, che ha percepito come una minaccia il crescente sostegno statunitense alle Unità di Protezione del Popolo (Ypg) curde, viste come legate al Partito dei Lavoratori del Kurdistan (Pkk), in lotta contro lo Stato turco da 40 anni.

Senza progressi significativi da parte dei ribelli moderati, gli Stati Uniti hanno continuato a fornire armi e intelligence all’Ypg, che ha poi assunto il nome di Forze Democratiche Siriane (Sdf) per mitigare le critiche turche. Tuttavia, questo cambio di nome non ha convinto Ankara, che ha risposto con incursioni militari contro le forze dell’Sdf e dello Stato Islamico, creando zone cuscinetto lungo il confine.

Grazie al supporto aereo degli Stati Uniti, le Sdf hanno svolto un ruolo chiave nell’eliminazione dello Stato Islamico. La Siria è quindi rimasta frammentata in quattro aree di controllo:

  1. Le zone controllate dall’esercito turco nel nord;
  2. Le aree sotto il controllo delle Sdf nel nord-est;
  3. Idlib e dintorni, controllati dai ribelli sostenuti dalla Turchia ma privi di supporto statunitense;
  4. Le roccaforti del regime di Assad, tra cui Damasco, Latakia e Tartous, a maggioranza alawita.

Uno dei fattori chiave dell’improvvisa caduta dell’amministrazione di al-Assad si trova più a nord, in Ucraina. Ciò significa che il presidente russo Vladimir Putin non ha avuto la possibilità o non ha ritenuto fattibile stanziare le risorse necessarie per sostenere e mantenere al-Assad al potere.

A trarre vantaggio dalla caduta del regime di Assad ci sono sicuramente gli USA e Israele, che vedono un indebolimento del fronte russo in termini di aiuti economici e supporto militari verso altri Stati, oltre che alla perdita di una roccaforte fondamentale per il controllo di quell’area di interesse.

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