Credo che possiamo essere tutti d’accordo sul fatto che Dracula sia uno dei più grandi miti moderni, forse il più grande. Di certo è il più grande mito legato al cinema. Sì, lo so bene che Dracula è nato nella letteratura, ma il cinema lo ha immediatamente abbracciato e portato in palmo di mano alla vittoria, lo ha cementato nella memoria collettiva al punto tale che tutti sappiamo chi è Dracula e ne conosciamo a grandi linee la storia, magari senza aver mai letto il romanzo di Bram Stoker. Non è un caso che, nella sua versione, Coppola ci abbia piazzato anche le origini del cinema. Ed è ironico il fatto che il primo incontro tra Dracula e il cinema sia avvenuto tramite una versione taroccata, girata coi nomi diversi per non pagare i diritti come i peggio maneggioni italiani. Come per ogni mito, comunque, anche quello di Dracula è raccontato ogni volta in maniera leggermente diversa, a seconda di cosa l’autore di turno voglia dire con quella storia archetipica e di quali istanze correnti voglia parlare. L’esempio dei tre Nosferatu è perfetto, in questo senso: la sinossi di base è la stessa, eppure sono tre film molto diversi tra loro, con scelte creative e tematiche diversissime. Ancora meglio se mettiamo a confronto i Dracula con i Nosferatu: stessa sinossi di massima, tanto che la vedova di Bram Stoker fece con successo causa a Murnau, ma c’è un dettaglio che distingue le due “famiglie” e sta tutto nel personaggio di Ellen/Mina/Lucy o come diavolo volete chiamarla. In Dracula, tendenzialmente sono gli uomini a salvarla dalla dannazione e sconfiggere il vampiro. In Nosferatu la costante è che invece sia proprio Ellen a sacrificarsi per ucciderlo. Robert Eggers lo sa bene, ed è per questo che il suo film si chiama Nosferatu e non Dracula. Un remake di Nosferatu, oggi, è una scelta precisa, visto che il romanzo di Bram Stoker è di dominio pubblico sin da prima che Herzog girasse la sua versione. Tornare all’ambientazione in Germania e ai nomi della versione di Murnau non sarebbe obbligatorio, ma Eggers lo ha fatto perché a lui interessava più che altro parlare di Ellen e del suo ruolo nella battaglia contro il vampiro: non quello di una semplice damsel in distress, ma di donna indipendente, outsider in una società fortemente patriarcale. Intorno a questo, Eggers fa ruotare tutta la sua visione di Nosferatu, estremizza alcune idee già presenti in Murnau, soprattutto il fatto che il povero Thomas Hutter sia convinto di essere l’eroe, ma sia in realtà solo una pedina in un gioco più grande. L’ideona di Eggers è quella di costruire una resa dei conti finale in parallelo: da un lato c’è la quest maschile, con Thomas, Von Franz e compagnia cantante che si recano nell’antro della bestia per ucciderla, in realtà un puro specchietto per le allodole. Dall’altra c’è la vera battaglia finale che si gioca a letto tra Ellen e Orlok. L’altra ideona è esplicitare il legame sessuale/mistico tra questi ultimi due, che si “incontrano” molto prima del viaggio in Transilvania di Thomas. Qui non ci sono mezzi termini: Orlok intende trasferirsi a Wisburg proprio perché è lì che vive Ellen. Da parte sua, Ellen è una sorta di medium che ha accesso al mondo delle ombre, è a contatto diretto con il suo lato “oscuro”, le pulsioni che la società del tempo tendeva a spazzare sotto il tappeto. In uno dei momenti migliori del film, Orlok si definisce “un desiderio”, nulla più. Un desiderio non è di per sé buono o cattivo, è ciò che si fa con esso a definirci.
Ed ecco la terza ideona: il film di Eggers è forse il più moralmente ambiguo tra tutti gli adattamenti di Dracula, addirittura più del già ben ambiguo Nosferatu di Herzog. Qui bene e male si confondono, si mescolano, colorando tutto di grigio. Perché se il ripugnante vampiro di Bill Skarsgård è una presenza terrificante, non gli è da meno una società opprimente, in cui la violenza, anche fisica, nei confronti delle donne è accettata nel quotidiano, e le pulsioni vengono represse nella vergogna. Ed è assolutamente bellissimo che la vittoria e la salvezza dalla peste arrivino cedendo a quelle stesse pulsioni.
Tecnicamente, Nosferatu è ineccepibile, come ci ha abituati Eggers. La messa in scena è sontuosa, dettagliatissima, combina realismo della ricostruzione storica e strizzate d’occhio all’espressionismo. Però devo ammettere che nella prima parte ho fatto un po’ fatica a digerire il tutto: erano dieci anni che Eggers voleva fare questo film, e si vede. Il Robert sembra provarci un po’ troppo, sembra voler innanzitutto dimostrare qualcosa a sé stesso e a noi, e il rischio di caricare eccessivamente il film è sempre dietro l’angolo. Il problema, con tutta la prima parte, ovvero quella che segue più pedissequamente il classico intreccio di Dracula, è che sembra non avere niente di nuovo da dire, pur dicendo tutto benissimo. Il che, quando si è in compagnia di Murnau e Herzog, è un guaio. L’altro problema è che, da bravo americano, Eggers si sente in dovere di esplicitare tutto e non lascia nulla all’immaginazione. Lo sappiamo tutti che l’impresario immobiliare Knock è l’equivalente di Renfield e cadrà vittima di Orlok, ma solo Eggers ce lo mostra mentre evoca il suo maestro in un rito satanico, subito dopo aver spedito il povero Thomas al suo destino. Pure un americano colto come Eggers non ce la fa a non spiegarti the rave and the fave. Il terzo problema, giusto per amore di equilibrio, è il look del vampiro – e dai, su, non sto parlando del dettaglio sulla bocca di tutti, e decisamente su quella di Orlok. È encomiabile che Eggers abbia voluto fare una cosa tutta sua, che rielaborasse l’originale Nosferatu tematicamente e stilisticamente, e ci sta che abbia anche voluto studiare un nuovo design per Orlok. Se a distinguere Nosferatu da Dracula è principalmente il ruolo della donna, deve essere possibile modificare lo stesso Orlok senza che si dica che questo non è Nosferatu. Sono d’accordo. Però credo anche che Eggers non sia riuscito a venirsene fuori con una valida alternativa: il suo Orlok rimane quasi sempre nell’ombra e, quando si vede, appare come un cadavere in putrefazione. È una bella idea, sulla carta, ma non ha un briciolo dell’immediatezza iconografica dell’Orlok originale. Senza contare che Bill Skarsgård è truccato in maniera così pesante, e illuminato così poco, da risultare assolutamente irriconoscibile. Per fortuna Skarsgård ha lavorato molto sulla voce, l’accento e l’intonazione delle battute, tanto da dare almeno un’interpretazione vocale originale, anche se a tratti un po’ troppo pesante e insistita. Altrimenti avrebbe potuto esserci qualunque altro figurante nel ruolo. Per il resto il cast fa il suo: Lily-Rose Depp e Nicholas Hoult si comportano egregiamente, e sono circondati da fuoriclasse come Ralph Ineson e Dafoe. Eggers è bravo a dirigere gli attori e a tirare fuori il meglio da tutti, e qui non è da meno. Resta che Nosferatu prende il volo solamente dopo un po’, quando smette di essere un puro esercizio di grande stile e trova la propria voce originale. Con tutti i difetti, rimane comunque un buon Dracula, che ti resta incollato in testa ben dopo la visione. Se potete, vedetelo in lingua originale, altrimenti anche tutti gli sforzi di Skarsgård andranno a farsi maledire.
Recensito da Dott. Francesco Ettore De Santis


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