SQUID GAME LA PRIMA STAGIONE

Un articolo di Francesca Dedin

Una delle serie Netflix che hanno fatto più discutere è stata Squid Game. Un gioco al massacro messo in scena in modo abile dai coreani che spesso regalano, sulla nota piattaforma, serie degne di nota.
In una delle prime immagini promozionali, abbiamo fatto conoscenza con un’innocua bambola meccanica dal design poco elaborato, dalla pettinatura plastica e dall’abbigliamento rassicurante che ricorda tanto l’outfit sfoggiato in montagna da Heidi mentre le caprette le facevano “ciao”.

Sembrava quasi una serie per bambini se non fosse stato per la voce inquietante, e la cantilena stile film horror, con cui “un, due, tre, stella”, non sarebbe più stato solo un gioco.
All’epoca dell’uscita, novembre 2021, molti insegnanti si sono lamentati, sulle pagine social, che i bambini di infanzia e primaria replicavano tale gioco con tanto di violenza. Le critiche ai genitori irresponsabili sono state feroci e io, proprio per capirne di più, ho preso in mano il telecomando e mi sono tuffata nella vita di quei poveri relitti e reietti umani della Corea del Sud.
Mi è stato subito chiaro che era altamente improbabile che tale serie fosse stata vista da un numero così alto di bambini così piccoli, ma si sa che le notizie che girano sul web lasciano il tempo che trovano.

Inizialmente la serie è stata trasmessa in lingua originale e sottotitolata. Il doppiaggio è arrivato, visto il successo ottenuto, a distanza di tempo.
I primi episodi sono lenti e soporiferi al punto, o al fine? di fare una prima selezione di spettatori perché questa è una serie che può guardare, e vedere, solo chi è interessato a conoscere davvero i personaggi. Ognuno di loro ha una storia fatta di sconfitte, di desideri, di errori e cadute che li porterà a giocare la propria vita e i propri affetti.
E lo spettatore, dopo essere entrato nella loro storia, giocherà con loro, vivrà o morirà con loro.
Quattrocentocinquantasei giocatori diversi con una cosa in comune: i soldi. Soldi persi, soldi spesi, debiti di gioco, debiti di dignità.
Le storie dei protagonisti sono sviscerate in modo approfondito proprio nelle prime puntate perché senza capire da dove tutto parte, non si può arrivare al gioco finale.

Sarà lo squallore della propria vita che porterà quei poveracci a uccidere o a farsi uccidere restando, però, se stessi ed è proprio questa la cosa più interessante della serie: nessuno di loro è mai cambiato nel profondo.
Paura, rabbia, strategie, alleanze, fanno tutte parte del gioco, ma l’intimo è rimasto tale e quale fino all’ultimo respiro. Nessuna redenzione, nessuna speranza, nessun rimorso.
Arrivati alla fine saranno solo i morti ad aver pagato i loro debiti, al vincitore, invece, non resterà altro che aprire un conto illimitato con la propria coscienza.

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