Un articolo di Francesca Dedin
Non mi piace parlare delle serie TV appena uscite e ancora sulla cresta dell’onda, ma per questa farò un’eccezione.
Adolescence è una miniserie Netflix di quattro puntate creata da Phil Barantini e diretta da Jack Thorne e Stephen Graham.
Jamie Miller (Owen Cooper) è un ragazzino di tredici anni arrestato con l’accusa di omicidio. L’irruzione in casa della polizia alle sei del mattino sconvolge un’intera famiglia.
La madre, Manda Miller (Christine Tremarco) viene fatta stendere a terra, Lisa (Amelie Pease), sorella del sospettato si ritrova seduta sulla soglia del bagno senza capire nulla.
Urla della polizia, urla dei proprietari di casa, il piccolo Jamie che, ancora a letto, si bagna i pantaloni, il padre Eddie (Stephen Graham) viene invitato a prendersi cura di suo figlio.
In tutto questo trambusto nessuna spiegazione, ma tanta disperazione.
Sapere se Jamie è davvero colpevole non sarà importante. Questa serie è uno scavo archeologico nella mente e nell’anima di adulti e ragazzi e cerca di rendere tangibili paure, ansie, desideri e sogni di tutti i protagonisti.
C’è un abisso tra il trattamento riservato al ragazzo in fase di arresto e nella fase successiva di convalida alla stazione di polizia: crudeltà e dolcezza, intimorire e rassicurare, accusare e assolvere.
Jamie piange perché è ancora un bambino, colpevole o meno, è un tredicenne come tanti che cerca il suo posto nel mondo senza riuscirci.
Il padre tenta di essere forte per tutti perché è quello che ci si aspetta da lui, è il suo dovere, trattiene le emozioni, ritrova da qualche parte dentro di se una speranza che si era quasi estinta in poche ore dal risveglio.
La madre cerca di tenere insieme i pezzi di una vita e di una casa che non sarà più la stessa.
Lisa lotta tra il voler bene al fratello e l’odiarlo perché c’è in gioco anche il suo futuro.
E poi il crollo del padre messo di fronte a una bugia, il crollo della madre che vede venire meno il suo ruolo: “Perché vuole te vicino a lui e non me?”
Il crollo di una famiglia che diventa il film preferito dei vicini.
La realtà ci viene mostrata puntata dopo puntata.
Ragazzi di ogni età alle prese con il bullismo peggiore, con il terrore di non esistere, con il peso del giudizio degli altri da portare su spalle sempre più chiuse.
La personalità di ognuno che vuole emergere dai banchi di scuola, dalle divise tutte uguali e che invece rimane intrappolata dentro le dinamiche social.
Un linguaggio nuovo fatto di like, emoticon, colori diversi, monosillabi, dal quale restano fuori i vecchi e i disadattati.
Dai tempi dell’Attimo fuggente e Sister Act, siamo abituati a vedere sullo schermo insegnanti eroi che trovano il gancio giusto per salvare il salvabile e l’impossibile. In questa serie no. In questa serie vediamo solo adulti troppo stanchi, troppo distanti da una gioventù che non riconoscono, che cercano di rincorrere senza riuscire a raggiungerla.
Tutti urlano, nessuno ascolta.
Tutti parlano senza niente da dire.
In questa serie troviamo una terapeuta che cerca le risposte che si era preposta di ottenere e che va in crisi quando Jamie non può dargliele.
Jamie rivendica il diritto di essere sé stesso. Difende il padre che è visto come unico colpevole della situazione. Jamie difende le proprie scelte, grida la propria disperazione, chiede più volte di non essere abbandonato e di essere visto.
E qui la terapeuta va in crisi perché la donna che è prende il sopravvento sulla professionista, l’ideologia sulla realtà.
Ci sono limiti ed errori da accettare e lei non è pronta a farlo.
La serie finisce con il focus sui sensi di colpa dei genitori.
“Avremmo dovuto fare di più”
“Era nella sua camera, pensavamo che fosse al sicuro”
“È colpa nostra, l’abbiamo fatto noi”
Sensi di colpa che oscurano ciò che di buono è invece stato fatto, che oscurano Lisa, una diciottenne che non ha perso la buona strada nonostante tutto.
“Anche lei l’abbiamo fatta noi”
Luci e ombre, giorno e notte, rimorsi. E una presa di coscienza da cui non si può scappare.


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