You, punto finale

Un articolo di Francesca Dedin

ATTENZIONE: POSSIBILE SPOILER


È arrivata, e trasmessa con tutti e dieci gli episodi, la quinta stagione di You.
Questa serie statunitense ci accompagna dal 2018.
Ideata da Greg Berlanti e Sera Gamble, è basata sui romanzi di Caroline Kepnes.
Distribuita dalla piattaforma Netflix.
Di questa ultima stagione ho apprezzato il fatto che sia stata messa in onda interamente, senza la divisione in due parti come dalla nuova prassi che Netflix adotta per quasi tutte le serie (vedi Squid Game, la Casa di Carta, You stessa con la quarta stagione e molte altre).
Tirando le somme, come mi è sembrato questo modo un po’ insolito di mostrare i pensieri malati di un uomo all’apparenza normale?
La prima stagione è stata la novità, raccontata molto bene, coerente, colpi di scena dosati e plausibili.


Non credo che sia stato facile per Penn Badgley, l’attore che interpreta Joe Goldberg, dover recitare per la maggior parte del tempo in silenzio adattando le proprie movenze e le proprie espressioni mimiche facciali a un copione fatto di pensieri, e nello stesso tempo, dover doppiare se stesso come se fosse una voce fuori campo.
È proprio questo che a me è piaciuto di più: riuscire a entrare nella mente del protagonista, sentire ciò che prova, come lo prova, che importanza dà a quello che vede e a quello che fa. Sentire le motivazioni alle proprie azioni non prima, non dopo, ma durante l’atto, anche quello più atroce.
Joe Goldberg è un assassino, inutile girarci intorno, un sadico, un uomo che giustifica il male che fa con l’amore e la protezione.
Mi è piaciuto molto anche il fatto che il passato doloroso del protagonista non sia stato enfatizzato, che non sia stato usato come passe-partout o tana libera tutti. Quello che gli è successo è stato detto, è stato ripetuto nel corso delle stagioni, ma più come promemoria che altro. Il passato è rimasto tale, è rimasto uno sfondo.


Pensandoci bene anche questa è una novità rispetto ai romanzi, ai film e alle serie TV moderne dove il famoso bad boy è un ragazzo da salvare, da amare nonostante tutto perché figlio del proprio vissuto tragico. Certo, ognuno di noi è figlio delle proprie esperienze di vita, ma esiste anche la parte cattiva di noi che qualcuno decide di assecondare per avere una chiave che apre tutte le porte.
Joe Goldberg è cosciente di questo, sa che può tirare fuori l’arma della compassione, ma lo fa solo pochissime volte. Lui sa che l’uomo che è diventato è frutto di quello che ha subito, però sa anche che avrebbe potuto agire diversamente, curarsi, chiedere aiuto. Nel profondo lui sa che ama uccidere, ne ha bisogno per sentirsi vivo e lo dice in modo chiaro nel corso della quinta stagione.
Dicevo, la prima stagione l’ho trovata ottima. La seconda è la ripetizione delle dinamiche, ma uno psicopatico come lo è Joe agisce sempre nello stesso modo quindi nulla di errato nella costruzione degli episodi. Il colpo di scena è davvero ben riuscito.
Nella terza stagione è diventato tutto un’esagerazione, tutto poco credibile, ampio spazio dedicato all’hard come riempitivo e questa è una delle poche cose che non sopporto vedere o leggere. Scene di sesso a caso perché non sanno come continuare e devono far passare il tempo o far aumentare le pagine. Ma questa è solo una mia visione personale. Come tutto quello che ho scritto finora del resto.
L’unica cosa che si salva di questa stagione è il finale. Avevano la quadra perfetta, il finale perfetto. E invece hanno voluto continuare.
Devo essere sincera, non ho letto i romanzi da cui questa serie è tratta, di conseguenza questa specie di recensione è basata solo sulla serie televisiva.


La terza stagione quindi non mi è piaciuta e potevano finirla lì.
Sincerità per sincerità, la quarta stagione è stata bella, un po’ surreale, ma bella. Diversa nei costumi, negli ambienti, nella società. Divisa in due parti per aumentare la suspense. Prima parte intrigante, veloce, ritmi serrati, evoluzione del protagonista, denuncia di un sistema classista, piccoli dietro le quinte di un’aristocrazia arricchita. Ansie e apatie di un mondo basato sull’apparenza. Seconda parte sì e no. L’atmosfera da racconto dark si trasforma nella realtà più cruda e opportunista. Joe continua a uccidere, ma non più per i motivi che lo hanno contraddistinto da sempre. 
Arriva ad avere una presa di coscienza, a fare i conti con se stesso, a vedersi per quello che è. Arriva ad essere usato da qualcuno di ancora più cinico e calcolatore.


Il finale è ovviamente aperto.
La quinta stagione, iniziata nei migliori dei modi, è stata, a mio parere, corretta più volte in corso d’opera. Buchi di trama, evoluzione e involuzione dei personaggi senza un motivo. Cambi repentini, nuovi protagonisti sempre sul punto di dare il proprio contributo al cambio di rotta, ma che non si sono mossi dal proprio ruolo. Azioni senza senso, o forse dovrei davvero leggere i libri per trovarlo, ammissioni esplicite di reati passate sotto silenzio e senza conseguenze. New entry dal nulla. Riesumazione dei protagonisti delle varie stagioni. Non lo so, a me è sembrato un voler tirare i fili più per dovere che per piacere. Per carità, una stagione piacevole da vedere, scorrevole, con molti spunti interessanti per riflettere. Il dialogo con il figlio di una tenerezza unica, la confessione in punto di morte che avrebbe messo finalmente il punto finale giusto.
Avrebbe.
E invece no. Facciamoci del male, andiamo avanti, mettiamo altra carne sul fuoco. Scriviamo una fine che fine non è.
Perché non si sa mai, forse di Joe Goldrberg qualcuno potrebbe sentirne la mancanza.

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