di Marco Venturato
Il gruppo BRICS, formato inizialmente da Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, è nato nel 2009 con l’obiettivo di dare maggiore voce ai Paesi emergenti e promuovere un ordine internazionale più multipolare, meno centrato sugli Stati Uniti e sull’Occidente. Nel 2024, con l’ingresso di Egitto, Etiopia, Iran ed Emirati Arabi Uniti, il gruppo ha assunto la forma estesa di BRICS+, ampliando il suo peso geopolitico ed economico.
Un colosso demografico e energetico
I Paesi BRICS+ rappresentano circa il 45% della popolazione mondiale e oltre un quarto del PIL nominale globale. A livello energetico, controllano circa il 42% della produzione mondiale di petrolio e possiedono riserve strategiche di terre rare e minerali critici, fondamentali per le tecnologie verdi e militari. Cina e Russia detengono, insieme, una posizione chiave sia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU che nell’agenda del gruppo.
Dedollarizzazione e nuove istituzioni
Una delle priorità del BRICS è la dedollarizzazione, ovvero la progressiva sostituzione del dollaro negli scambi commerciali internazionali. Questo processo include l’uso di valute locali, come lo yuan, per le transazioni energetiche (soprattutto tra Cina e Arabia Saudita) e lo sviluppo di sistemi di pagamento alternativi al circuito SWIFT, usato dall’Occidente anche per imporre sanzioni. La Nuova Banca di Sviluppo e l’Accordo di Riserva Contingente sono strumenti nati in questo contesto, con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dal FMI (Fondo Monetario Internazionale) e dalla Banca Mondiale.

Le guerre e il nuovo equilibrio globale
La guerra in Ucraina ha rafforzato i legami tra i membri BRICS colpiti da sanzioni, in particolare la Russia, che ha trovato nei partner del gruppo nuovi mercati per il gas e il petrolio. Nel 2023, il 41% del commercio estero russo era diretto verso altri membri BRICS. La guerra ha anche accentuato la frattura tra Occidente e “Sud Globale”, con molti Paesi BRICS che si rifiutano di allinearsi alla linea NATO, UE o G7.
Nel Medio Oriente, l’allargamento a Iran ed Emirati Arabi e l’invito all’Arabia Saudita (ancora non formalmente accettato) rafforza la presenza del gruppo in una regione strategica e instabile. Il conflitto tra Israele e Hamas e le tensioni più ampie con l’Iran pongono interrogativi sulla coesione interna del gruppo. Teheran, infatti, è un attore isolato in molti contesti multilaterali, ma trova nel BRICS+ un canale per aggirare parte delle sanzioni occidentali.
Fragilità interne e scenari futuri
Malgrado le sue ambizioni, BRICS+ non è un blocco omogeneo. Le rivalità storiche, come quelle tra India e Cina o tra Arabia Saudita e Iran, limitano la possibilità di un’azione coordinata. Inoltre, l’asimmetria economica (con la Cina che domina gli scambi interni) scoraggia l’adozione di una valuta comune, spesso discussa ma poco realistica nel breve termine.
Tuttavia, l’allargamento strategico del gruppo e la crescente insoddisfazione verso l’ordine internazionale dominato dall’Occidente potrebbero favorire, nel medio periodo, una maggiore cooperazione Sud-Sud, soprattutto in settori come l’energia, le infrastrutture e l’intelligenza artificiale.

Un’eventuale adesione di Paesi ricchi di risorse minerarie come il Cile, la Repubblica Democratica del Congo o l’Indonesia potrebbe rafforzare ulteriormente BRICS+ come polo alternativo, anche nelle catene di approvvigionamento industriale a basso costo.
Il BRICS+ è oggi un forum in espansione, ricco di potenzialità ma anche segnato da profonde contraddizioni. Rappresenta un’alternativa concreta all’ordine globale a guida occidentale, ma non ha ancora sviluppato una governance comune efficace. In un mondo sempre più diviso da conflitti e competizione strategica, il gruppo si propone come rappresentante del “Sud Globale”, ma dovrà superare sfide interne e definire una visione condivisa per diventare davvero influente e poter rappresentare il multipolarismo in contrapposizione all’occidente.


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