di Michele Venturato
Diventare genitori, in Italia, è un’esperienza che molti scelgono di rimandare. I dati parlano chiaro: secondo Eurostat, l’età media alla nascita del primo figlio è di 31,8 anni per le donne, la più alta tra tutti i Paesi dell’Unione Europea. Per gli uomini, il dato sale ulteriormente: si diventa padri in media a 35,8 anni.
Questo fenomeno non è recente, ma è il risultato di una tendenza che si consolida da anni: rispetto alla fine degli anni ’90, l’età della maternità e paternità è aumentata di quasi un decennio.
Le cause sono molteplici e intrecciate. La prima è economica: il costo della vita è aumentato, soprattutto nelle grandi città, e con esso anche la percezione che mettere al mondo un figlio sia un investimento troppo oneroso in termini economici, psicologici e di tempo. La spesa per l’alloggio, i beni di prima necessità, la salute e l’educazione pesa molto di più rispetto al passato, mentre il potere d’acquisto non è cresciuto in proporzione.
A questo si aggiunge una crescente instabilità lavorativa. I giovani italiani faticano a trovare un’occupazione stabile e ben retribuita: i contratti precari, le collaborazioni saltuarie e il lavoro autonomo poco tutelato sono diventati la norma. Questo impedisce di costruire un futuro solido, ritardando l’uscita dalla casa dei genitori e la possibilità di pensare a una famiglia propria.
C’è poi una motivazione culturale e formativa: sempre più uomini e donne scelgono di proseguire gli studi, laurearsi, specializzarsi, magari intraprendere master e dottorati. Questo comporta inevitabilmente un posticipo dell’ingresso nel mondo del lavoro e, quindi, nella vita familiare.
Il risultato si riflette anche nei numeri della natalità. Nei primi sei mesi del 2024, l’Italia ha registrato 4.600 nascite in meno rispetto allo stesso periodo del 2023, confermando un calo costante che dura da decenni.
Come invertire la rotta?
Il tema è complesso, ma le possibili soluzioni per abbassare l’età media della genitorialità non mancano. In primo luogo, è fondamentale garantire ai giovani maggiore sicurezza economica, attraverso politiche attive del lavoro, incentivi per l’assunzione stabile, e un salario minimo dignitoso.
Parallelamente, servono investimenti strutturali sul welfare familiare, come asili nido accessibili e gratuiti, congedi parentali estesi e retribuiti anche per i padri, agevolazioni per l’affitto o l’acquisto della prima casa.
Va promossa anche una nuova cultura della genitorialità, che non penalizzi le donne sul lavoro né le costringa a scegliere tra carriera e maternità. In questo senso, la parità di genere e la condivisione dei carichi familiari sono elementi centrali per una società che voglia favorire la natalità.
Infine, è necessario ricostruire fiducia: molti giovani non rinunciano a mettere su famiglia per egoismo o disinteresse, ma perché non si sentono messi nelle condizioni di farlo, bisogna investire in aiuti alla natalità per le famiglie se non vogliamo una Italia destinata a scomparire. Restituire prospettive e speranze concrete potrebbe essere il primo, vero passo per cambiare rotta.


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