Dalla confisca dell’oro al prelievo forzoso: quando lo Stato mette le mani in tasca ai cittadini

di Michele Venturato

Crisi finanziarie e misure estreme

Negli anni Trenta gli Stati Uniti vivevano la Grande Depressione: nelle settimane precedenti l’aprile 1933 correvano voci di fallimenti bancari e fughe di capitali. In risposta, il presidente Franklin D. Roosevelt proclamò un “banking holiday” e approvò a marzo l’Emergency Banking Act, che dava al Tesoro poteri di emergenza. Alcuni mesi dopo, il 5 aprile 1933, Roosevelt firmò l’Executive Order 6102, vietando “l’accaparramento” di monete e lingotti d’oro da parte di privati e imponendo la consegna di ogni quantità superiore a 5 once troy (circa $100 di valore) a una Federal Reserve Bank, in cambio di $20,67 per oncia. Nel complesso, l’azione fu vista come parte di un’ampia strategia per fermare la crisi bancaria e svalutare il dollaro.

La svalutazione del dollaro avvenne ancorandone il valore a un tasso di cambio svantaggioso per i cittadini e imposto dal governo, trascurando l’allora attuale valore di mercato, con l’obiettivo di stimolare l’economia, ottenere un ritorno economico e risanare le riserve auree del paese che al tempo non erano sufficientemente abbienti per sostenere il continuo stampaggio di moneta e la conseguente possibilità di scambiare la valuta fisica con l’oro. La manovra suscitò polemiche: alcuni critici la definirono “completamente immorale” e violazione delle promesse di stabilità monetaria. In modo del tutto analogo, l’estate del 1992 trovò l’Italia sull’orlo del baratro finanziario. I mercati stavano massicciamente attaccando la lira, costringendo il governatore Ciampi ad ammettere la necessità di uscire dal Sistema Monetario Europeo.

Nel luglio 1992, con l’incipiente crisi di liquidità e i tassi di interesse sui BTP schizzati alle stelle, il governo del premier Giuliano Amato varò una manovra di bilancio drastica (circa 92.000 miliardi di lire, che ad oggi sarebbero l’equivalente di circa 94,7 miliardi di euro) e un decreto emergenziale (30.000 miliardi di lire. Circa 30,9 miliardi di euro). Come riassume la cronaca, «temendo il collasso della valuta», Amato «prelevò 6 lire ogni 1.000» (il 6 per mille, ovvero lo 0,006) dai conti correnti degli italiani per alimentare un fondo di solidarietà e salvare i conti pubblici. Questa misura, decisa nelle notti tra il 9 e 10 luglio e tenuta segreta, colpì retroattivamente i risparmi bancari di ogni cittadino (per 0,6%, ossia 6‰). In entrambi i casi – grande depressione e crisi del 1992 – i governanti ritennero necessario usare poteri straordinari per stabilizzare l’economia, sacrificando temporaneamente alcune libertà economiche.

32° Presidente degli USA Franklin Delano Roosevelt (Democratico)

Misure ai risparmi: oro confiscato vs prelievo forzoso

Le modalità attuative, però, furono molto diverse. Negli Stati Uniti Roosevelt agì sul metallo prezioso: oltre a vietare il possesso di nuovo oro, l’ordine del 1933 imponeva a chiunque possedesse oro in eccesso di consegnarlo alla Fed entro il 1° maggio. I privati ricevevano in cambio dollari al prezzo fisso di $20,67 l’oncia. Tecnicamente non si trattava di un semplice prelievo fiscale, ma di una requisizione con compensazione forzata. Un anno dopo, il Congresso approvò il Gold Reserve Act (1934), che portò il prezzo legale dell’oro a $35 per oncia e trasferì all’erario tutti i titoli aurei in possesso di Federal Reserve e privati. In pratica, il valore delle riserve d’oro del governo crebbe di 2,8 miliardi di dollari grazie alla rivalutazione (considerando unicamente il guadagno contabilizzabile), mentre chi aveva consegnato oro a $20,67 subì indirettamente una perdita potenziale di potere d’acquisto (le quotazioni di mercato arrivarono poi oltre i $50).

Nell’insieme, gli storici sottolineano che i cittadini furono giuridicamente obbligati a vendere il loro oro a prezzo politico e furono esclusi dai benefici dell’inflazione monetaria programmata. L’operazione fu contestata in Corte Suprema (nei casi Perry v. U.S. e simili), ma i giudici confermarono che la compensazione legale era “equa” perché corrispondeva al valore nominale della moneta. In Italia, al contrario, non si toccò l’oro ma il denaro depositato sui conti correnti. Il prelievo forzoso del 6‰ non prevedeva nessuna ricompensa diretta: la tassa straordinaria sottrasse d’imperio lo 0,6% delle giacenze, destinando l’incasso all’erario. Così, 1 milione di lire diventavano 994.000. Per rendersene conto, bastava un annuncio sulla Gazzetta Ufficiale dopo il fatto. Nessun valore coperto fu creato per i risparmiatori: il costo venne interamente sopportato dai correntisti senza alcuna restituzione futura. Il provvedimento, varato da Amato con un oscuro meccanismo parlamentare, fu poi confermato come norma valida proprio per evitare il tracollo finanziario.

Giuliano Amato (PSI – Partito Socialista Italiano) presenta il suo I° governo al Parlamento (1992)
Bankitalia. Banca centrale della Repubblica Italiana

Le analogie sono evidenti: in entrambi i casi lo Stato ha imposto a tutti i cittadini un contributo straordinario (legale, ma imposto) per fronteggiare emergenze economiche. Tuttavia, la differenza di strumenti è lampante. Gli americani requisirono un bene scarso e rifugio (l’oro fisico), pagando un prezzo predeterminato, mentre gli italiani tassarono i depositi bancari, una forma di denaro liquido. L’adozione di misure così drastiche suscitò comunque forti tensioni. Negli USA degli anni ’30 ci furono cause legali e polemiche sulla legittimità dell’atto. In Italia l’opinione pubblica reagì con rabbia: come racconta Andrea Monorchio, il 6‰ fu definito «il cappio messo al collo di un condannato prima dell’impiccagione». Il governatore Ciampi, che rappresentava la tutela del risparmio, protestò violentemente quando seppe della misura nottetempo. Nonostante lo choc iniziale, però, gli italiani alla fine “ingerirono la pillola” riconoscendo la necessità di emergenza.

Federal Reserve. Banca Centrale degli Stati Uniti d’America

Analogie, differenze e riflessioni per il presente

Le vicende di FDR nel 1933 e di Amato nel 1992 mostrano una profonda ambiguità: in apparenza misure «salvifiche» per l’economia, ma sul filo del rischio di usurpazione del patrimonio privato. Nel caso americano è persino lecito parlare di un’appropriazione legalizzata, perché il meccanismo (consegna obbligatoria a prezzo fisso seguito da rivalutazione) trasferì ricchezza dai cittadini allo Stato senza un riscontro proporzionale. In Italia, analogamente, il prelievo colpì indistintamente ogni correntista, senza compensazione. Le differenze principali risiedono però nello scopo specifico: in USA FDR mirava a uscire dalla deflazione, aumentare la liquidità e scaricare sui possessori d’oro i costi della reflazione monetaria; in Italia Amato voleva tappare un buco di bilancio e salvare la valuta nazionale, obbligando i cittadini a un contributo esiziale una tantum.

L’avvenimento americano pose le basi per il raggiungimento degli accordi di Bretton Woods (22 Luglio 1944) che spezzò definitivamente il legame tra una valuta e il suo corrispettivo valore in oro, segnando una nuova era nel mondo dell’emissione di denaro.

Oggi queste storie di poteri emergenziali tornano di attualità nel contesto digitale. La diffusione delle monete elettroniche e delle valute digitali di banca centrale (CBDC) rende più facile, sul piano teorico, interventi analoghi sui depositi privati. Alcuni studi evidenziano che una CBDC in circolazione potrebbe dare ai governi strumenti per congelare o confiscare depositi con un semplice clic. Il dibattito sulla privacy finanziaria e sul controllo statale dei capitali è in corso, tra timori di abusi e argomentazioni di stabilità. D’altronde, recenti crisi bancarie in paesi Ue (come il bail-in a Cipro nel 2013) hanno mostrato come anche in Europa si possa giungere a tagli forzosi sui risparmi, giustificati come condizione per salvataggi istituzionali.

In conclusione, gli episodi del 1933 e del 1992 rimangono un ammonimento: in tempi di crisi anche democratici gli Stati hanno la tentazione e la capacità di intervenire pesantemente sul patrimonio privato. Nell’era del denaro digitale queste potenzialità sono amplificate. Se da un lato la tecnologia offre opportunità (velocità dei pagamenti, inclusione finanziaria…), dall’altro si prepara il terreno perché autorità centrali dispongano di leva totale sui conti individuali. Le lezioni del passato invitano dunque a riflettere sulla tenuta delle garanzie liberali anche di fronte a emergenze economiche: perché misure come la confisca dell’oro o il prelievo sui conti sono ancora ricordate come “armi a doppio taglio” nell’interesse generale.

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