di Marco Venturato
Il nuovo documento strategico degli Stati Uniti segna la fine dell’“Europa americana”. Washington deve concentrarsi su sé stessa e ridimensiona il proprio impegno globale. L’Unione Europea perde centralità; contano invece i singoli Paesi disposti a difendersi autonomamente e ad allinearsi alle priorità statunitensi. Un cambio di rotta che coglie l’Italia impreparata e impone una riflessione sulla sua collocazione internazionale.
La Strategia di sicurezza nazionale promossa da Donald Trump è esplicita: l’America non intende più farsi carico dell’ordine europeo. Il disimpegno, annunciato da anni, appare destinato ad accelerare, indipendentemente dagli equilibri politici interni agli Stati Uniti. Dopo ottant’anni di protezione americana, agli europei viene chiesto di uscire dalla minorità geopolitica.
Washington non vuole più “salvare il mondo”. L’obiettivo è ridurre i costi dell’impero e concentrarsi sulle priorità interne. Chi non si adegua rischia di finire ai margini. Il messaggio è netto: l’America torna a essere una nazione fra le nazioni, pur continuando a considerarsi la prima. Stop alle missioni ideologiche, alle guerre di trasformazione e alla dispersione di risorse.
Per Trump, il nemico principale non è la Cina né la Russia, ma il liberalismo globale che avrebbe prodotto immigrazione incontrollata, ideologia woke e deindustrializzazione. La priorità è la ricostruzione interna. In questo quadro, l’Unione Europea non è un interlocutore rilevante. Gli Stati Uniti guardano invece ai Paesi europei disposti a farsi carico della propria sicurezza e a ridurre l’onere per Washington. La Russia è considerata una potenza con cui trattare, anche per evitare un suo avvicinamento strutturale alla Cina.
Tra gli europei compaiono la Germania, in chiave critica, e la Francia, accusata di illusioni strategiche. Regno Unito e Irlanda ricevono riferimenti di rito. Gli Stati Uniti non intendono abbandonare l’Europa, definita ancora “strategicamente e culturalmente vitale”, ma vogliono collaborare solo con Paesi “allineati”. Non più alleati, ma partner selezionati.
Anche la Nato cambia natura. Le basi americane restano, ma il livello di impegno è destinato a ridursi. Le risorse verranno concentrate sull’Indo-Pacifico e sul fronte interno. La Russia non è più definita il nemico centrale; l’obiettivo dichiarato è evitare conflitti diretti con gli Stati europei. Gli Stati Uniti non intendono finanziare la ricostruzione dell’Ucraina e puntano a bloccare l’ulteriore espansione dell’Alleanza. L’Europa, nella visione americana, deve agire come un insieme di Stati sovrani allineati, non come un’unione politica.
Questa svolta mette in difficoltà i governi europei, Italia compresa. In un continente già diviso, l’approccio americano accentua le fratture. Continuare a fare affidamento su un ordine multilaterale che Washington non riconosce più significa esporsi all’irrilevanza.
Tanto più in un contesto segnato dall’aggressività russa, dall’espansione dell’influenza cinese, dal protagonismo turco nel Mediterraneo e dalla competizione interna tra Francia e Germania. L’Italia rischia di restare schiacciata.
La domanda è ormai inevitabile: allinearsi agli Stati Uniti o cercare un’alternativa credibile. Restare immobili non è un’opzione. L’Italia ha l’urgenza di definire una propria strategia di sicurezza nazionale, fondata sulla realtà e non sulle illusioni del passato. È una necessità politica, prima ancora che strategica.


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