Quanto ci costa l’immigrazione (e perché quasi nessuno lo dice)

di Marco Venturato

Negli ultimi anni c’è un capitolo della spesa pubblica che è cresciuto silenzioso ma in modo inquietante: il gratuito patrocinio a spese dello Stato. Non è una voce esotica del bilancio: riguarda il pagamento delle parcelle legali, delle consulenze, delle traduzioni e di tutte le prestazioni connesse per chi, formalmente “non abbiente”, viene assistito dallo Stato in un giudizio. La Relazione del Ministero della Giustizia e le analisi giornalistiche mostrano una curva impennata: in poco più di un decennio la spesa è più che raddoppiata rispetto al 2015, collocandosi negli ultimi anni nell’ordine di centinaia di milioni di euro l’anno (stime intorno a 400–500 milioni a seconda della fonte e dell’anno considerato).

È legittimo garantire il diritto alla difesa ai più deboli — principio costituzionale che va preservato — ma è altrettanto legittimo chiedersi perché non venga mai misurato il conto complessivo che paga la collettività. Perché, in altre parole, non si ragiona su quanto incidano sul bilancio pubblico i meccanismi che, a tutela di diritti fondamentali, attivano catene di costi fissi e ricorrenti?

La domanda non è retorica se si guarda alla composizione degli arrivi e all’evoluzione del mercato del lavoro. Gran parte dell’immigrazione recente verso l’Italia è per lo più non qualificata, spesso impiegata in settori a basso valore aggiunto o in lavori informali. Questo modello ha effetti concreti: pressione su servizi di primo accesso, difficoltà di integrazione occupazionale stabile e, in alcuni casi, un utilizzo sproporzionato di strumenti amministrativi e giuridici che generano contenziosi e ricorsi. Questi ricorsi, a loro volta, alimentano il circuito del gratuito patrocinio e fanno lievitare la spesa.

Sul fronte della sicurezza e della gestione del territorio, il dibattito è altrettanto acceso. Episodi di occupazioni abusive di immobili, tensioni nei quartieri dove si concentra l’accoglienza d’emergenza, e la necessità di sgomberi e interventi urgenti hanno spinto il governo e le forze dell’ordine a misure più restrittive negli ultimi mesi. Anche qui non si tratta solo di cronaca: ogni intervento costa risorse pubbliche — dal lavoro delle forze dell’ordine agli oneri giudiziari e amministrativi — e scarica oneri su comuni e prefetture.

Un altro capitolo sensibile è quello sanitario. Il nostro Servizio Sanitario Nazionale è disegnato per garantire assistenza universale, e questo principio non si discute; tuttavia, l’accentuata concentrazione di bisogni in alcune aree e la gestione emergenziale dell’accoglienza si traducono in sovraccarico dei punti di primo accesso — pronto soccorso compresi — e in costi organizzativi non sempre contabilizzati nella loro interezza. Report e inchieste hanno più volte denunciato un sistema d’accoglienza «al limite», con strutture sovraffollate e servizi territoriali in affanno: il risultato è una pressione aggiuntiva sui servizi sanitari locali che, sommata ad altri fattori, rischia di compromettere la qualità dell’offerta per tutti.

C’è poi un effetto meno immediatamente monetario ma altrettanto rilevante: la percezione sociale. L’aumento dei costi materiali si accompagna spesso a un deterioramento della fiducia nelle istituzioni locali quando i cittadini avvertono che la risposta pubblica non è efficace — che i tempi sono lunghi, che certe situazioni restano irrisolte, che la legalità subisce compromessi. Questa frattura sociale produce, a sua volta, costi politici ed economici: erosione della coesione, aumento dei conflitti locali, difficoltà nell’attuazione di politiche pubbliche efficaci.

Naturalmente esistono contro-argomentazioni solide: studi che sottolineano il contributo fiscale dei cittadini stranieri, che ricordano come molti immigrati lavorino e versino contributi e che segnalano l’importanza demografica e produttiva dell’immigrazione a medio-lungo termine. Nessuno mette in dubbio la complessità del fenomeno. Il punto che questo pezzo vuole evidenziare è solo uno: anche il sostegno alla causa dei più deboli ha un prezzo, e quel prezzo va misurato con trasparenza per poter decidere politiche più efficaci — non solo emotive — sul piano dell’accoglienza, dell’integrazione e del controllo delle frontiere.

Chiedere conti non significa essere insensibili: significa pretendere responsabilità nel modo in cui le risorse pubbliche vengono impiegate e responsabilità nella scelta degli strumenti (percorsi di integrazione qualificante, gestione degli sbarchi, accordi di riammissione e rimpatri più efficaci) che riducano l’onere sui cittadini italiani. Perché il prezzo dell’immigrazione non si misura soltanto in euro: si misura soprattutto nelle conseguenze sociali — nella qualità dei servizi, nella sicurezza percepita, nella coesione delle comunità. È tempo di un dibattito serio, onesto e ancorato ai numeri: gli italiani meritano di conoscere il conto prima di decidere la rotta politica da prendere.

Lascia un commento

Iscriviti alla Newsletter