USA pronti a colpire l’Iran

di Michele Venturato

Ultimatum a Teheran su nucleare, missili e milizie. Ora Trump può attaccare

Nelle ultime settimane gli Stati Uniti hanno concentrato in Medio Oriente una quantità di mezzi militari tale da renderli pronti a colpire l’Iran anche nel giro di pochi giorni. La decisione finale, però, spetta al presidente Donald Trump, che – secondo fonti vicine alla Casa Bianca – non avrebbe ancora dato l’ordine definitivo.

Una presenza militare senza precedenti recenti

Il rafforzamento è iniziato a metà gennaio, ma negli ultimi giorni ha subito un’accelerazione evidente. Secondo il Wall Street Journal, Washington non disponeva di una simile concentrazione di potenza aerea nella regione dai tempi dell’invasione dell’Iraq nel 2003, pur trattandosi oggi di numeri inferiori rispetto a quell’operazione.

Le due basi più coinvolte sono Muwaffaq Salti, in Giordania, e Prince Sultan, in Arabia Saudita. Qui sono stati trasferiti caccia F-35, F-15 e F-16, droni MQ-9 Reaper, aerei da ricognizione e velivoli specializzati nella guerra elettronica. Decine di aerei cisterna consentirebbero operazioni prolungate grazie al rifornimento in volo.

Anche la componente navale è stata potenziata: tra Mediterraneo orientale e Mar Arabico operano tredici navi da guerra, compresa la portaerei USS Abraham Lincoln. A queste si aggiunge la USS Gerald R. Ford, la più avanzata della flotta statunitense, che si è avvicinata allo stretto di Gibilterra con il suo gruppo d’attacco. Le portaerei si muovono infatti all’interno di “strike group”, unità navali capaci di sostenere operazioni offensive su larga scala.

Parallelamente, Washington ha rafforzato le difese aeree delle proprie basi nella regione, consapevole della possibilità di ritorsioni missilistiche iraniane. Attualmente gli Stati Uniti mantengono tra i 30 e i 40 mila soldati dispiegati in Medio Oriente.

Perché Washington valuta l’attacco

Le ragioni ufficiali indicate dall’amministrazione Trump sono tre.

Primo: il programma nucleare iraniano. Gli Stati Uniti chiedono lo smantellamento delle infrastrutture di arricchimento dell’uranio e la consegna o distruzione delle scorte già accumulate, ritenute sufficienti – secondo Washington – ad avvicinare Teheran alla capacità di produrre un’arma nucleare.

Secondo: il programma missilistico. L’Iran dispone di missili balistici a medio raggio in grado di colpire Israele e diverse basi statunitensi nella regione. La Casa Bianca pretende una riduzione sia quantitativa sia della gittata di questi armamenti.

Terzo: il sostegno iraniano alle milizie alleate in Medio Oriente, il cosiddetto “asse della resistenza”. Si tratta in particolare di Hamas nella Striscia di Gaza, Hezbollah in Libano e degli Houthi in Yemen. Secondo Washington, questi gruppi destabilizzano l’area e minacciano direttamente gli interessi statunitensi e israeliani.

Oltre alle motivazioni dichiarate, vi sono considerazioni strategiche più ampie: contenere l’influenza regionale dell’Iran, rassicurare gli alleati come Israele e le monarchie del Golfo, e riaffermare la deterrenza americana dopo mesi di tensioni e attacchi indiretti contro obiettivi statunitensi.

Diplomazia ancora aperta, ma tensione alta

Nonostante il dispiegamento militare, sono in corso negoziati tra delegazioni statunitensi e iraniane. La portavoce della Casa Bianca ha riferito che Teheran avrebbe due settimane per presentare una proposta formale. Tuttavia, la stessa amministrazione ha chiarito che il presidente non si sente vincolato a quella scadenza e potrebbe autorizzare un’azione militare in qualsiasi momento.

Un eventuale attacco sarebbe il settimo contro un paese straniero dall’inizio del nuovo mandato di Trump e il secondo contro l’Iran dopo quello condotto a giugno insieme a Israele. Secondo alcune fonti, anche il governo israeliano starebbe valutando un coinvolgimento diretto.

La risposta iraniana

Nel frattempo, l’Iran ha mobilitato le proprie forze armate, inclusi i Guardiani della Rivoluzione, e rafforzato la protezione dei siti nucleari. Sebbene indebolito dai precedenti bombardamenti, il paese conserva un arsenale missilistico significativo, in grado di colpire Israele e le basi statunitensi nella regione.

Il quadro resta dunque estremamente fluido: la macchina militare americana è pronta, la diplomazia non è formalmente chiusa, ma la possibilità di un’escalation su larga scala in Medio Oriente appare oggi più concreta che mai.

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