Critiche alla realtà
Un articolo di Francesca Dedin
Richard Gadd è un attore e sceneggiatore britannico. Il palcoscenico teatrale gli ha fatto vincere diversi premi prestigiosi ed è su quel palcoscenico che tanto ama che ha messo in scena la sua vita, la sua terribile esperienza da vittima di stalking e abusi sessuali.
La serie di cui sto per scrivere parte proprio da lì.
Uscita un po’ in sordina su Netflix nell’aprile 2024, è diventata in breve tempo oggetto di molte recensioni, giudizi, articoli di giornali e riviste online. Molti dei contenuti sui social riguardavano proprio quei sette episodi che, una volta visti, lasciano per qualche istante lo spettatore in una sorta di limbo salvo poi scatenare in lui una serie di emozioni difficili da decifrare.
L’inizio sembra quello di una qualsiasi commedia, a tratti comica, da guardare in relax mangiando pop corn. Però con il passare dei minuti e delle ore, tutto il peso di quello che è successo al protagonista diventa il peso anche di chi, da un divano, si trova a vivere con lui tutto il dramma di quanto vissuto.
In questo periodo storico le parole come “violenza”, “stalking”, “denuncia” sono entrate nelle nostre giornate, nelle nostre letture, nei nostri discorsi. Sono diventate parte di noi. Per fortuna per la maggior parte delle persone queste rimangono parole astratte, ma questa serie, puntata dopo puntata, trasforma l’astratto in concreto. Quelle parole prendono vita all’improvviso e ci fanno male. Se poi pensiamo che la vittima è un uomo, a quelle parole si aggiungono anche “incredulità” e “derisione”.
Io ho avuto la fortuna di vederla non appena uscita ed essere colpita in pieno volto da tutta la sua brutalità e dal suo dolore quasi tangibile e non nascondo che molte delle critiche che ho letto in seguito mi hanno ferita. Com’è giusto che sia ogni persona ha i propri gusti, apprezza alcune produzioni e altre no. Ci sono temi che non tutti riescono ad affrontare, però nei giudizi negativi c’era altro. La serie è stata presentata come una storia vera e questa storia vera è stata definita, dai più, noiosa. Il protagonista è stato descritto come debole e senza carattere. Gran parte dei commenti concordava nel dire che il finale poteva e doveva essere cambiato.
Come dicevo prima, siamo talmente abituati a sentir parlare di abusi e stalking in narrazioni artificiali che la realtà ormai ci sembra inverosimile. Siamo talmente abituati a vedere film e leggere romanzi dove l’abusato si comporta come lo spettatore e il lettore vorrebbero, che quando vediamo la realtà per quella che è, ci sentiamo traditi al punto di volere un altro finale.
Nella penultima puntata c’è un monologo del protagonista che avrebbe dovuto far capire a tutti che le vittime non sono eroi, che vivere un trauma porta reazioni diverse dall’immaginario comune, che la vita non è quella trasmessa in uno schermo o nelle righe di un libro.
Un monologo che avrebbe dovuto, un monologo che non è riuscito.
Perché, ancora una volta, è preferibile credere a un mondo artificiale piuttosto che a un mondo reale.
E solo perché la realtà, purtroppo, è diventata noiosa.


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