Gli affari di Trump: tra investimenti in Medio Oriente e criptovalute

di Marco Venturato

L’intesa tra Washington e Riad continua a rafforzarsi: durante l’ultima visita alla Casa Bianca, il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman ha annunciato che gli investimenti sauditi negli Stati Uniti saliranno da 600 a 1.000 miliardi di dollari. Una promessa che arriva mentre gli affari della famiglia Trump nella Penisola araba si moltiplicano: dalla progettata costruzione di nuove Trump Tower a Riad, Jeddah e Dubai, fino all’idea di un campo da golf in Qatar (dove l’emiro ha regalato all’ex presidente un jet da 400 milioni di dollari). Una sovrapposizione tra relazioni politiche e interessi privati che, al di là della sua legalità formale, solleva inevitabilmente interrogativi di opportunità: quando il confine tra diplomazia economica e affari personali rischia di diventare troppo sottile?

Nel frattempo, i profitti della Trump Organization sono esplosi: nella prima metà del 2025 gli utili sono passati da 51 a 864 milioni di dollari. Il vero motore di questa crescita è il settore delle criptovalute — 802 milioni nei primi sei mesi dell’anno — grazie soprattutto alla World Liberty Financial, società gestita dai figli di Trump insieme alla famiglia di Steve Witkoff. Tre quarti dei proventi arrivano da qui, dalla stablecoin finanziata dagli Emirati Arabi Uniti e da un’altra valuta digitale dal valore dichiarato di 5 miliardi. A questa filiera si aggiunge il meme coin lanciato da Trump alla vigilia del suo insediamento, inizialmente considerato una trovata bizzarra ma rivelatosi una miniera da 300 milioni di dollari. Complessivamente, la famiglia ha visto aumentare il proprio patrimonio di tre miliardi in meno di un anno.

Non si fermano qui gli investimenti: poche ore prima dell’incontro con bin Salman, la Trump Organization ha annunciato un resort da 80 ville di lusso alle Maldive, in collaborazione con lo sviluppatore saudita Dar Global e finanziato in parte in criptovalute. Un modello che espone a critiche evidenti: un progetto aperto a investitori privati e governi stranieri che, di fatto, possono usare il brand Trump per avvicinarsi alla Casa Bianca. Un meccanismo che — anche senza alcuna violazione formale — lascia intravedere una diplomazia parallela, più vicina al mercato che alle istituzioni.

Mentre i grandi progetti internazionali avanzano, altri sembrano scomparsi nel nulla. È il caso del T1™ Phone, lo smartphone da 499 dollari lanciato da Trump a giugno come prodotto “made in USA”: oggi la promessa non compare più sul sito, rimpiazzata da un generico riferimento ai “valori americani”. L’uscita prevista ad agosto, poi spostata a ottobre, non si è mai materializzata e l’ultima comunicazione ufficiale risale al 28 agosto. Un dettaglio minore, forse, ma che racconta la distanza sempre più marcata tra l’ambizione del marchio Trump e la concreta realizzazione dei suoi progetti.

Affari e politica continuano a correre in parallelo, la domanda rimane: quanto è sostenibile, per gli Stati Uniti, un sistema in cui le relazioni internazionali rischiano di essere lette attraverso il prisma degli interessi privati di una sola famiglia?

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