Brexit, dieci anni dopo

di Michele Venturato

Rivoluzione incompiuta o scelta necessaria?

Sono passati dieci anni da quel 23 giugno 2016 che cambiò per sempre la storia britannica ed europea. La Brexit non fu soltanto un referendum: fu una ribellione politica, culturale e democratica contro un sistema percepito da milioni di cittadini come distante, tecnocratico e incapace di ascoltare le preoccupazioni della popolazione.

Oggi, a un decennio di distanza, il bilancio appare più complesso di quanto sostenitori e oppositori avessero immaginato. La Brexit non ha provocato il collasso economico annunciato da alcuni, ma non ha neppure generato il boom di crescita promesso dai suoi fautori più ottimisti.

La domanda resta la stessa: ne è valsa la pena?

La vittoria della sovranità

Per comprendere la Brexit bisogna partire da ciò che realmente motivò gran parte dell’elettorato britannico. L’economia era importante, ma non era tutto.

Per milioni di cittadini il referendum riguardava soprattutto la sovranità nazionale: il diritto di decidere autonomamente sulle leggi, sulle frontiere, sull’immigrazione e sugli accordi commerciali. Era la convinzione che decisioni fondamentali dovessero essere prese a Londra e non a Bruxelles.

Da questo punto di vista, la Brexit ha raggiunto il suo obiettivo principale. Il Regno Unito ha recuperato il controllo della propria politica commerciale, ha negoziato autonomamente accordi internazionali e ha posto fine alla libera circolazione delle persone provenienti dall’Unione Europea.

Per i sostenitori del Leave, questo risultato rappresenta un valore che non può essere misurato esclusivamente attraverso il PIL.

I costi economici della separazione

Sul piano economico, tuttavia, il quadro è meno favorevole.

Numerosi studi pubblicati negli ultimi anni indicano che l’economia britannica è cresciuta meno di quanto avrebbe probabilmente fatto restando all’interno del mercato unico europeo. Diversi istituti di ricerca stimano una riduzione del PIL potenziale compresa tra il 6% e l’8%, accompagnata da minori investimenti e da una diminuzione della produttività.

Anche il commercio con l’Unione Europea è diventato più complesso. Sebbene siano stati evitati i dazi, le imprese devono oggi affrontare controlli doganali, certificazioni e procedure burocratiche che non esistevano prima del 2021. Diversi studi stimano che la Brexit abbia ridotto sensibilmente l’intensità commerciale del Regno Unito con il continente.

Particolarmente colpite sono state molte piccole e medie imprese esportatrici, soprattutto nel settore agroalimentare e manifatturiero.

Ciò che gli anti-Brexit continuano a ignorare

Tuttavia, attribuire ogni difficoltà economica alla Brexit sarebbe una semplificazione.

Negli ultimi dieci anni il Regno Unito ha dovuto affrontare la pandemia, la crisi energetica successiva all’invasione russa dell’Ucraina, l’inflazione globale e una forte instabilità politica interna. Separare gli effetti della Brexit da quelli di questi shock internazionali è estremamente difficile.

Inoltre, alcuni risultati positivi sono spesso trascurati nel dibattito pubblico. Londra rimane uno dei principali centri finanziari mondiali, il settore tecnologico britannico continua ad attrarre investimenti e le esportazioni di servizi hanno mostrato una notevole resilienza.

Il Regno Unito ha inoltre potuto adottare politiche commerciali indipendenti e concludere accordi con partner extraeuropei, dall’India ai Paesi del Pacifico, perseguendo una strategia più globale rispetto a quella consentita dall’appartenenza esclusiva al mercato europeo.

La promessa tradita dell’immigrazione

Uno dei temi più controversi riguarda l’immigrazione.

Molti elettori Leave votarono per ridurre gli ingressi nel Paese. Tuttavia, i risultati ottenuti sono stati ben diversi dalle aspettative. Se l’immigrazione proveniente dall’Unione Europea è diminuita, quella proveniente da Paesi extraeuropei è aumentata significativamente negli anni successivi.

Per una parte dell’elettorato conservatore questa rappresenta la più grande occasione mancata della Brexit. Non sorprende quindi che molti ex sostenitori del Leave abbiano rivolto il proprio consenso verso nuove formazioni politiche che chiedono un’applicazione più radicale del controllo delle frontiere.

Una rivoluzione a metà

Forse il vero problema non è stata la Brexit in sé, ma ciò che è accaduto dopo.

Il referendum offriva una direzione, non una strategia. Uscire dall’Unione Europea era una scelta politica; trasformare quella scelta in un nuovo modello economico e istituzionale avrebbe richiesto una leadership forte, investimenti, riforme e una visione di lungo periodo.

Invece, il Regno Unito ha attraversato anni di instabilità, cambi di governo e divisioni interne che hanno limitato la capacità di sfruttare le opportunità offerte dalla nuova situazione.

Il verdetto della storia

Dieci anni dopo, la Brexit appare meno come un successo totale o un fallimento assoluto e più come una rivoluzione incompiuta.

Ha restituito al Regno Unito una maggiore autonomia politica e legislativa. Ha dimostrato che l’integrazione europea non è irreversibile. Ha dato voce a una parte della società che si sentiva ignorata dalle élite politiche.

Ma ha anche comportato costi economici significativi, nuove barriere commerciali e aspettative che, in molti casi, non sono state soddisfatte.

La lezione più importante potrebbe essere questa: la sovranità è uno strumento, non un risultato. Riconquistarla può essere un obiettivo legittimo. Saperla utilizzare efficacemente è una sfida molto più difficile.

A dieci anni dal referendum, il Regno Unito ha certamente lasciato l’Unione Europea. Resta ancora da capire se abbia davvero completato il progetto politico che quella storica scelta aveva promesso.

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