AfD travolge la Germania e la sinistra dà la colpa agli elettori

di Marco Venturato

Il 43,8% conquistato in Sassonia-Anhalt è l’ennesimo terremoto per il sistema politico tedesco. Ma invece di interrogarsi sulle ragioni del voto, una parte della stampa progressista preferisce puntare il dito contro chi ha scelto l’AfD. Una strategia che rischia di alimentare proprio il fenomeno che pretende di combattere.

C’è un momento, dopo ogni terremoto elettorale, in cui la politica dovrebbe fermarsi e chiedersi perché il terreno abbia iniziato a tremare.

In Germania, quel momento è arrivato con le elezioni regionali in Sassonia-Anhalt. Alternative für Deutschland ha raggiunto il 43,8% dei voti, conquistando 39 degli 83 seggi del Parlamento regionale. Un risultato storico per il partito di Alice Weidel e, soprattutto, un segnale difficilmente archiviabile come semplice voto di protesta.

Quasi un elettore su due ha scelto una forza che i principali partiti tedeschi continuano a considerare politicamente non alleabile. Eppure, osservando il dibattito che si è sviluppato nelle ore successive al voto, l’impressione è che una parte della sinistra tedesca ed europea abbia trovato una risposta prima ancora di essersi posta la domanda.

La colpa, ancora una volta, sarebbe degli elettori.

«Chi vota AfD contribuisce alla distruzione della società»

È difficile non rimanere colpiti dai toni utilizzati da alcuni commentatori progressisti tedeschi.

Su Die Zeit, Christian Bangel arriva a sostenere che chi vota AfD contribuisca alla «distruzione delle fondamenta della nostra società», accusando una parte dell’elettorato di aver sviluppato una visione della democrazia fondata sulla sopraffazione degli altri.

Il problema non è che queste opinioni vengano espresse. In una democrazia libera, anche una critica durissima a un partito e ai suoi elettori è legittima.

Il problema nasce quando la condanna morale diventa un sostituto dell’analisi politica.

Se il 43,8% degli elettori di un Land vota AfD, è davvero sufficiente spiegare quel risultato sostenendo che milioni di persone sono prive di empatia, vittime delle “camere di risonanza” della destra o desiderose di vedere affondare il proprio Paese?

È una spiegazione rassicurante per chi la formula. Ma difficilmente è una spiegazione sufficiente.

Perché quegli elettori non sono arrivati tutti insieme da un altro pianeta. Sono tedeschi che hanno votato, per anni, CDU, SPD, Verdi, FDP, Die Linke o altri partiti. Molti di loro hanno cambiato scelta.

E quando milioni di persone cambiano partito, forse vale la pena interrogarsi anche sui partiti che hanno abbandonato.

La domanda che la sinistra continua a evitare

Il punto non è stabilire se l’AfD abbia ragione.

Il punto è capire perché l’AfD riesca a convincere così tanti cittadini.

L’immigrazione è certamente uno degli elementi centrali. Ma fermarsi a questo sarebbe troppo semplice. Il voto della Sassonia-Anhalt racconta anche il disagio economico e sociale della Germania orientale, le conseguenze mai completamente riassorbite della riunificazione, la crisi dell’industria tedesca, il costo della vita e una crescente sfiducia verso le istituzioni.

Secondo dati citati da Reuters, l’87% degli elettori del Land si è dichiarato insoddisfatto del governo federale guidato da Friedrich Merz.

Questo dato dovrebbe far riflettere.

Non significa che l’87% degli elettori sia diventato estremista. Significa piuttosto che la distanza tra una parte crescente dell’elettorato e l’establishment politico è diventata enorme.

E quando il sistema non riesce a colmare quella distanza, qualcuno finisce per occupare lo spazio lasciato libero.

Il fallimento del «cordone sanitario»

Per anni la risposta tedesca è stata chiara: isolare l’AfD.

Niente coalizioni, niente accordi, niente collaborazione. Un vero e proprio cordone sanitario politico.

Il principio può essere perfettamente comprensibile. Un partito può essere considerato incompatibile con determinati valori e, di conseguenza, escluso dalle alleanze di governo.

Ma esiste una differenza fondamentale tra non governare con un partito e ignorare il consenso che quel partito rappresenta.

Il cordone sanitario può impedire all’AfD di entrare in una coalizione. Non può impedire a quasi metà degli elettori di votarla.

Ed è questo il paradosso davanti al quale si trova oggi la Germania: più l’AfD cresce, più il sistema tradizionale sembra reagire rafforzando l’isolamento; più l’isolamento si rafforza, più l’AfD può presentarsi come l’unica vera alternativa all’establishment.

Non è detto che questa dinamica sia inevitabile. Ma continuare a ignorarla sarebbe politicamente miope.

«Lasciamoli governare»? La lezione che arriva dalla ricerca

C’è poi un’altra posizione che divide il dibattito: quella secondo cui sarebbe sufficiente lasciare governare la destra radicale per qualche anno affinché gli elettori ne scoprano i limiti.

La ricerca di Heike Klüver e Annina Hermes introduce però un elemento di cautela. Analizzando 1.237 governi in 57 democrazie tra il 1976 e il 2023, le autrici rilevano che la partecipazione al governo non porta necessariamente alla scomparsa o all’indebolimento della destra radicale. Al contrario, i partiti considerati nello studio avrebbero registrato, nelle elezioni successive, un incremento medio del consenso di circa sei punti.

È il fenomeno della normalizzazione.

Una volta che una forza politica entra nelle istituzioni, il suo linguaggio diventa progressivamente meno estraneo. Quello che ieri appariva impresentabile oggi viene discusso in Parlamento; ciò che era confinato ai margini diventa materia di talk show; ciò che sembrava impossibile può diventare una proposta di governo.

La lezione, quindi, è seria.

Pensare di sconfiggere la destra radicale semplicemente aspettando che fallisca potrebbe essere un azzardo.

Ma c’è un altro rischio: trasformare milioni di elettori in nemici

Ed è proprio qui che la strategia della sinistra europea rischia di inciampare.

Definire l’AfD una forza pericolosa è una posizione politica legittima.

Definire nazionaliste o radicali determinate sue proposte è altrettanto legittimo.

Ma trasformare automaticamente chi vota AfD in un nemico della democrazia è un’altra cosa.

Un elettore non è necessariamente identico al partito che vota.

Può votarlo per convinzione ideologica, per protesta, per rabbia, per immigrazione, per economia, per sfiducia nei partiti tradizionali o semplicemente perché ritiene che sia l’unica forza capace di rompere lo status quo.

Questo non significa assolvere l’AfD dalle sue responsabilità politiche. Significa prendere sul serio il principio fondamentale della democrazia: il consenso degli elettori va spiegato prima di essere demonizzato.

La tentazione del bando

Ancora più delicata è la discussione sul possibile divieto dell’AfD.

La Germania dispone, proprio per la sua storia, di strumenti costituzionali particolarmente forti per difendere l’ordine democratico. È comprensibile quindi che, davanti alla crescita di una formazione classificata dagli apparati di sicurezza come estremista di destra, emerga anche questa ipotesi.

Ma sarebbe un errore considerarla una soluzione politica semplice.

Un partito può essere escluso dalle elezioni soltanto sulla base di procedure e presupposti costituzionali rigorosi. E, soprattutto, eliminare un simbolo dalla scheda elettorale non significa eliminare le ragioni sociali che hanno portato milioni di persone a votarlo.

Anzi, il rischio politico sarebbe enorme: offrire all’AfD la possibilità di presentarsi come vittima di un sistema che vuole impedire agli elettori di essere rappresentati.

Il risultato potrebbe essere esattamente l’opposto di quello desiderato.

Trump, Musk e la dimensione internazionale

Sul successo dell’AfD pesa naturalmente anche una dimensione internazionale.

Donald Trump ha accolto favorevolmente il risultato, mentre l’area politica MAGA e alcune figure della destra statunitense hanno mostrato da tempo interesse per l’avanzata delle forze sovraniste europee.

La partita tedesca, dunque, non è più soltanto tedesca.

La crescita dell’AfD viene osservata da Washington, dalle destre europee e dagli ambienti sovranisti come un possibile segnale della crisi del vecchio equilibrio politico continentale.

Ma attribuire la vittoria dell’AfD all’influenza di Trump o di Elon Musk sarebbe altrettanto semplicistico quanto attribuirla esclusivamente al malcontento sull’immigrazione.

Nessun influencer americano può trasformare da solo quasi metà dell’elettorato di un Land tedesco in elettori dell’AfD.

Può amplificare un fenomeno. Difficilmente può crearlo dal nulla.

La vera sconfitta è quella del centro

Il dato politicamente più interessante della Sassonia-Anhalt, allora, potrebbe non essere nemmeno il 43,8% dell’AfD.

Potrebbe essere il fallimento dei partiti che avrebbero dovuto impedirlo.

Quando una forza radicale arriva a un passo dalla maggioranza assoluta, la domanda non può essere soltanto «come fermiamo l’AfD?»

Deve essere anche:

«Perché gli elettori non vogliono più votare noi?»

È una domanda molto più scomoda.

Perché obbliga la sinistra a mettere in discussione le proprie politiche sull’immigrazione, il modo in cui ha affrontato la crisi economica, il rapporto con le periferie, la sicurezza, la transizione energetica, il futuro dell’industria e persino il modo con cui parla a chi non appartiene alle sue tradizionali basi elettorali.

E obbliga il centrodestra tradizionale a fare altrettanto.

La CDU, infatti, non può limitarsi a dire che l’AfD è troppo radicale. Se vuole recuperare quegli elettori, deve dimostrare di essere in grado di affrontare concretamente i problemi che li hanno spinti verso destra.

Non basta dire agli elettori che hanno torto

La lezione della Sassonia-Anhalt dovrebbe essere dunque molto più ampia della semplice contrapposizione tra “democratici” ed “estremisti”.

Una democrazia non si rafforza convincendo milioni di cittadini che il loro voto è moralmente riprovevole.

Si rafforza offrendo loro un’alternativa credibile.

Se la sinistra vuole fermare l’AfD, dovrà fare qualcosa di più che denunciare l’estrema destra. Dovrà tornare a parlare agli elettori che l’ha persa.

Se il centrodestra vuole evitare che la destra radicale diventi il nuovo polo dominante, dovrà dimostrare di saper affrontare immigrazione, sicurezza, economia e identità nazionale senza lasciare quei temi interamente nelle mani dell’AfD.

Perché il vero pericolo, per il sistema politico tedesco, non è semplicemente che esista un partito radicale.

Il vero pericolo è che sempre più cittadini arrivino alla conclusione che quel partito sia l’unico disposto ad ascoltarli.

E a quel punto non basterà più chiamarli estremisti.

Bisognerà chiedersi perché hanno smesso di ascoltare tutti gli altri.

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